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MANIFESTO FUTURISTA AI PITTORI MERIDIONALI
febbraio
1916
Umberto
Boccioni
Agli amici pittori e scultori napoletani BACIO-TERRACINA, SIGNORA ORLANDI-CANNONE,
CURCIO, DE GREGORIO, DE LUCA, GATTO, RICCHIZZI, UCCELLA, VITI, che m'invitarono
a parlare nell'Istituto di Belle Arti di Napoli, augurando loro sempre
maggior coraggio nella bella battaglia che combattono.
La
certezza incrollabile in una rigenerazione dell'arte italiana mi spinge
ad affrontare il problema pittorico nell'ambiente meridionale. Mentre
tutte le regioni italiane mandano i propri figli soldati ad una rossa
gara di eroismo vittorioso contro lo straniero, è bello che fra
tutti i giovani artisti d'Italia s'intensifichi e continui la fraterna
collaborazione già iniziata in altre regioni italiane dal futurismo,
perché tutte le forze artistiche del nostro paese partecipino alla
stessa battaglia di rinnovamento.
Anche per i meridionali si ripetono le stesse vicende artistiche dell’Italia
settentrionale. A Napoli, a Firenze, a Milano, una specie di entusiasmo
e continuità di ricerca e di scuola rianima lo spirito di qualche
artista durante gli anni che precedettero e seguirono l'unità italiana.
Poi, smarrimento completo. Un barlume di genialità che si spegne
a Napoli con gli echi delle sfrenerie e delle allegre mangiate da Pallino
allo Scoglio di Frisio, e a Milano scompare davanti all'industrialismo
trionfante che guarda con disprezzo le bizzarrie della scapigliatura e
le feste mascherate dell'ormai defunta Famiglia Artistica.
Si può dire che la storia dell'arte italiana che va dal '60 al
'90 è in fondo una storia di aneddoti goliardici e bohemiens. Essere
pittore o scultore vuol dire essere mattacchione, di conseguenza, geniale...
Le opere e le ricerche sono cose secondarie. E vero che la Critica Italiana
è stata fino ad oggi aneddotica, ma occorre che nel pubblico italiano
in genere e napoletano in particolare si distrugga questa leggenda. Essere
pittori o scultori non vuoi dire essere artisti. Si possono vedere paesaggi,
fare ritratti ai re o ai papi, essere celebri e decorati, senza per questo
avere il diritto di chiamarsi artisti.
A Napoli in quel tempo l'artista, divenuto italiano per unità politica,
si slancia giocondamente armato del proprio caratteristico talento regionale
(abruzzese, pugliese, siciliano) in una effimera creazione che risente,
per quanto lontane, le salutari influenze straniere. Molte speranze sorridono,
poi tutto si affievolisce, si arresta e scompare.
Alcune buone severità del quadro storico si rammolliscono nel quadrone
patriottico di battaglie rettorico-biaccose, o in fantasie superficiali,
oleografiche e di pessima letteratura.
Alcune buone severità dello studio dal vero degenerarono subito
nella copia più pedestre e minuta del paesaggio o nel quadretto
di genere più basso e umiliante.
Una soverchia preoccupazione dolorosa e sentimentale, una languida malinconia
nostalgica velano di una triste opacità letteraria tutte le opere
di quel periodo. Si può dire anzi che la preoccupazione sentimentale
è ancora il male inguaribile che consuma l'arte italiana in tutte
le sue manifestazioni. La più piccola verità tecnica è
subito soffocata dalla preoccupazione del contenuto. Questo aspirare all'espressione
lirica che è una qualità della nostra razza diviene un impaccio
gravissimo per la ricerca di nuovi mezzi tecnici che devono servire ad
una nuova espressione lirica.
L 'arte è principalmente tecnica, e tutta l'arte italiana d'oggi
è caratterizzarta dall'indifferenza per la tecnica. Così
le ricerche di un artista, e le sue scoperte sono subito esaurite e annullate
dal sovrapporsi della personalità sentimentale dei suoi seguaci.
L 'ambizione di un artista giovane non si manifesta in Italia con la continuità
e lo sviluppo delle scoperte tecniche di un maestro, che creerebbero in
lui una nuova personalità-plastica, ma col brusco e affrettato
appropriarsi di qualche lato esterno, che mascherato con particolari sentimentali
e letterari viene subito presentato al pubblico come opera originale.
Senza parlare del commercialismo in arte, questo fenomeno è avvenuto
per Ranzoni, per Fontanesi, per Fattori, per Palizzi e Michetti, e se
vogliamo anche per Morelli, Torna e Faruffini.
***
Gli
artisti napoletani, e comprendo fra questi gli abruzzesi, i pugliesi,
i siciliani, hanno vissuto fino ad oggi in un cieco feticismo per la commissione,
sia essa privata o governativa. Basta osservare come i migliori artisti
meridionali accettano di lavorare per Goupil e Reutlinger e altri... Nella
nostra povera vita provinciale, lavorare pei negozianti d'arte di Parigi
sembrava toccare le vette della gloria...
Nessuno osava dire o comprendere, e molti critici non comprendono nemmeno
oggi, che a Parigi, nella vera fucina del rinnovamento pittorico europeo,
quei negozianti e quegli artisti non esistevano affatto. Come oggi non
esistono, nella sola corrente artistica di cui si occuperà la storia,
un fregio di Sartorio, un quadro di Tito.
Nel periodo in cui lavoravano Morelli, Michetti, Dalbono, Gemito, d'Orsi,
ecc. , quei negozianti e quelle vendite famose furono disastrose per l'arte
napoletana. Forse non si poteva ottenere di più... ma spesso nella
storia una piccola causa produce i più benefici o malefici effetti.
Nel '60, '70, '80 accadeva a Napoli quello che purtroppo è accaduto
in tutta l'Italia fino ad oggi con l'Esposizione di Venezia.
Mentre, in Francia, ai paesisti del '30 succedeva la meravigliosa rivoluzione
impressionista, in Italia Goupil e Reutlinger corrompevano la mentalità
plastica degli artisti meridionali con Couture, Delaroche, Geròme,
Regnault.
Così gli artisti italiani d'oggi credono stupidamente d'essere
nell'arte quando si esprimono attraverso Besnard, Zorn, Sargent, Liebermann,
Zuloaga o Sorolla, ecc. ecc.. Questi artisti ufficiali e commerciali,
li troviamo in ogni tempo come i diluitori delle verità plastiche
dei veri maestri. Essi hanno dato alla debole ignorante provinciale impulsiva
sensibilità italiana il colpo decisivo. Così si spiegano
le richieste clamorose di produzione napoletana a Parigi in quel tempo.
Il gusto infrollito della borghesia francese trovava superficializzata
con grazia vivace la pesante vuotaggine dei suoi accademici.
Tutto quello che si racconta sugli artisti napoletani della seconda metà
del secolo scorso è sempre intorno alla vendita. Morelli vende!
De Nittis vende! Michetti vende! Dalbono vende! Gemito vende!
No. Non è questa la gloria alla quale dovete aspirare, amici napoletani.
Voi avete molto ingegno e fortissime qualità plastiche. Non è
dunque eroico sentire in sé la gioia meschina di piacere al forestiero
che viene a godere dei nostri costumi regionali collo stesso sorriso con
cui esso guarda i ragazzi arabi che lo conducono a dosso d'asino alle
Piramidi e alla Sfinge. Bisogna che combattiate contro il vostro tradizionale
lazzaronismo non in quello che ha di acuto ed etnicamente profondo, ma
in quanto è scetticismo negativo e sentimentale, nostalgia per
la "Napoli di una volta". Bisogna combattere la mania volgare
del colore locale, che vi fa perdere le caratteristiche istintiva della
vostra razza meravigliosa, evi fa produrre opere fotografiche e banali.
Bisogna vincere l'avversione per tutto ciò che è rinnovamento,
e affermare invece l'immortalità del pittoresco e la sua fatale
trasformazione mediante lo sviluppo economico e edilizio.
***
La
vostra natura di gaudenti vi porta al commercialismo, la vostra brillante
facilità vi conduce al superficiale. Non saremo certo noi futuristi
che vi parleremo di rinunziare alla vita bella, ne certo vi faremo panegirici
sulla profondità...
Noi vi diremo che avete portato nella sensibilità italiana dei
tipi, dei costumi, delle forme artistiche di vita che noi ammiriamo come
tipicamente nazionali.
Voi avete estratto dalla convivenza quotidiana, creato e definito il tipo
dell'indisponente e il tipo ancor più popolare dello scocciatore,
che per noi futuristi sono personificati nel fisico miserabile del giovane
studioso. Sporco perché studia, casto perché studia, libidinoso
scopritore di autori morti e sconosciuti, egli accarezza untuosamente
la pila dei volumetti che ha sul tavolo, si crogiola sulla sedia davanti
ai suoi poeti e ai suoi filosofi...e vive il peso dei suoi dubbi. Insomma
il pedante professionista di profondità, il bigotto assertore di
sublimità artistiche, l'impotente che disprezza gli artisti viventi
come la zitellona acida disprezza le donne fiorenti, e che studiando quelli
morti crede di uguagliarli e di superarli.
Nei caffè, nei ristoranti, caldi di rumore e di fumo, nereggianti
di fraks, scintillanti di toilettes e di brillanti, imbottiti di discussioni,
di tristezze e di maldicenze, avete isolato e lanciato il brivido pauroso
dello jettatore. Avete arricchito il nostro schermo futurista offrendogli
come bersaglio lo jettatore-tipo, che oggi, in Italia, è il giovane
critico impotente e provinciale, che non dimentica mai se stesso, e che
vuoi conoscere profondamente tutto, possedersi. ..controllarsi. ..per
essere. ..morale. Egli conosce e distribuisce le ricette del capolavoro,
chiama un artista onesto o persona dabbene o bennata o brava persona,
vuol essere nella vita una creatura viva, ed è quasi sempre un
cornuto che discute coll'amico e non tiene d'occhio la donna, ha due o
tre piccoli stipendi in piccole riviste dove aggredisce tutti, non si
batte, posa a uomo d'ingegno, invoca i giovani geniali, mentre li teme,
e dichiara che non produce come fanno tanti, perché ha lo scrupolo
d'ingannarsi. Insomma l'essere che fa schifo e che schiaffeggeremo...
Voi soli possedete un attraentissimo groviglio di vita comica e tragica
che supera in intensità, in imprevisto, e perciò in valore
artistico, quello meraviglioso di Parigi. Questo groviglio tumultuoso
ha per noi il valore inestimabile d'essere tipicamente italiano.
La vostra arte commerciale trascura la vita ribollente degli enormi caseggiati
napoletani, sovraccarichi di pensioni piene di donne; gl'innumerevoli
balconi che traboccano su ogni festa della strada; le gelosie violentissime,
i menages e gli amori intricati, i sogni, il lusso, la miseria, che si
agitano, pullulano, s'inseguono si accapigliano nell'eco languida delle
canzoni. Come in Borgo Loreto, in Via Conceria, a S. Eligio, a Porta Capuana,
nell'odore dell'olio fritto, del pesce e dei grassi, nel buio degli stracci
enormi che cancellano il cielo, urla guaisce strepita ride e canta il
vostro popolo smisurato che non avete saputo esprimere.
Siete troppo sentimentali, e la vostra arte è oleografia! Di Napoli,
non date che scialbi riflessi lunari e tipi manierati di pescatori e popolane
imbellettati e incipriati. Perché non utilizzate artisticamente
le vostre innate qualità di allegria, di piacevolezza e di seduzione?
Chi di voi sa creare plasticamente il fascino intelligente delle vostre
donne, che guidano con precisione il loro sorriso, il loro sguardo e la
loro voce? Tutta questa raffinata animalità diviene in voi pittori
e scultori napoletani una visione graziosa che si sforza di piacere a
tutti e crea delle opere leccate e bassamente servili al gusto del pubblico!
Sul vostro mare, nel porto, sulle piazze, nelle strade, nei vicoli, nei
mercati, voi avete delle originalità plastiche enormi mostruose
che realizzano, prese anche, così come sono, tutto un programma
estetico antigrazioso. Avete delle bellezze grandiose, dei contrasti brutali,
impreveduti, terribili, delle giocondità sconfinate attraverso
le quali il semplice colore locale si innalza a sintesi universale della
vita. Finche non getterete delle tonnellate di viola, di azzurro, di rosso,
di giallo e di verde nella vostra pittura; fino a che la vostra forma
in scultura non giungerà alla costruzione delle vostre popolane
sfiancate o gigantesche, voi non uscirete mai dai vostri quadretti e dalle
vostre statuette, degni soltanto di artisti evirati.
Un vulcano fuma alle vostre spalle e vi attardate ancora a sfumature che
un dito distratto può fare con la cenere delle sigarette. Napoli
canta e ride nella sua originalissima miseria aristocratica. Napoli s'affatica
e s'industria in un lavoro minuto, intelligentissimo, instancabile, coll'infinita
bramosia di godere che le è data dal suo cielo e dal suo mare,
e di questo voi non vedete che uno sgambettio pagliaccesco e manierato.
E questa vostra miserabile visione estetica si rivela nelle vostre tele,
dove il golfo divino è una vuota curva leziosa e panoramica da
ventaglio; il cielo uno svogliato miscuglio di pennellature azzurre, il
sorriso delle vostre donne una smorfia di capodanno nei calendari dei
caffè.
Quando si pensa al delirio che in altri tempi Fortuny suscitava a Napoli
negli artisti vostri predecessori, si comprende come ora voi non vi vergognate
delle vostre opere che sembrano fatte apposta per qualche esposizioncina
di beneficenza in un Grand-Hòtel. Vi consiglio di ammirare la modernità,
di credere nell'eterno pittoresco della vita. Non piangete sulla Napoli
che scompare. Napoli è, Napoli vive e si trasforma con tutte le
sue forze, con tutte le sue originalità.
Avete creato un cafe chantant italiano, che noi futuristi crediamo superiore
a qualsiasi forma di teatro moderno e il parossismo ciclonico di Piedigrotta!
Avete creata una nuova forma di genialità, il macchiettista; la
chanteuse e il medro, duetto sociale di una ironia immortale; lo scugnizzo
e il guappo. La vostra potenza mimica vi ha data l'arte di sfottere, a
tale grado di fulminea precisione nel colpire l'attualità della
vita, che le commedie e le satire di tutti i tempi diventano al confronto
fredde esercitazioni morali. Insomma avete dato all'estetica della nazione
un materiale di una originalità unica al mondo!
Perché vi esaurite in sterili preoccupazioni sentimentali, in vane
animosità personali, e in basse ambizioni ufficiali? Perché
distruggete la vostra naturale sensibilità plastica con una spezzettatura
della realtà stupida ed episodica, come l'anima di un vecchietto
o di una donnicciuola ?
Nel vostro temperamento eccezionalissimo si fondo in una sintesi inarrivabile:
la robustezza armonica dei classici e la raffinatezza oziosa dei bizantini.
La istintiva passionalità moresca dinamizza in voi la pesante astrazione
germanica. In voi, la pacata e bonaria serenità lombarda raggiunge
spesso e sorpassa lo spasimo dell'eleganza francese. In voi palpitano
ancora la poesia e il sangue rinnovatore delle dominazioni.
Avete troppo ingegno, cari amici, pittori e scultori napoletani, per perdervi
nelle paludi sentimentali, nei vicoli accademici della prostituzione artistica.
Non consulto mai libri di psicologia o di filosofia. La vita sola insegna
all'artista creatore, la vita col suo turbine quotidiano di eroismo, di
ambizione, di voluttà e di nottambulismo elettrico. Ho dimenticato
e disprezzo i filosofi e i critici; ricorderò sempre, invece, una
bella elegante e intelligente attrice francese, dal decolleté attraente
e dalle braccia perfette, Lise Moldy, che una di queste sere, in un Tabarin
di Milano, mi definiva argutamente i disastri irreparabili prodotti dal
sentimentalismo italiano. Questa creatura di lusso e di fascino diede
involontariamente un colpo illuminante e decisivo a tutta la mia esperienza.
L 'angoscia sentimentale vi rende vecchi a trent'anni, vi dà il
terrore della vita, il terrore del nuovo, dell'avventura e della conquista
nell'amore e nell'arte. L 'angoscia sentimentale vi fa rimpiangere il
passato, vi rende scettici sull'avvenire, vi fa cercare pace dopo qualche
anno o mese di lotta, vi spinge a nascondervi in una camarilla di amici
e di pseudo-ammiratori, o rincantucciare fra le braccia di una donna,
diffidenti, ironici, delusi!
***
Da
cento anni in Europa e in Francia soprattutto si combattono per l'arte
battaglie meravigliose che voi non conoscete! A queste battaglie, convincetevene,
l'Italia non ha mai partecipato fino ad oggi. Vi hanno ingannati i critici
e i giornalisti quando vi hanno parlato di successi di artisti italiani
all'estero. Tutti i nomi più noti della pittura e scultura italiana,
che in Italia sono ricordati come glorie nazionali, all'estero invece
dalla gioventù artistica sono ignorati e disprezzati. Ricordatevene!
tutta una sensibilità nuova è sorta sulle macerie delle
vecchie sensibilità, e su esse le energie elettriche corrono oggi,
prolungando all'infinito i rettilinei delle città moderne, tra
il rombare delle macchine matematiche e precise e la palpitazione di un'umanità
completamente trasformata!
Noi pittori e scultori futuristi abbiamo intuito questa nuova sensibilità
e abbiamo cercato di esprimerla con le nostre opere attraverso il dinamismo,
che è la sintesi e lo stile di tutte le ricerche pittoriche dall'impressionismo
fino ad oggi. Abbiamo portato in Italia la conoscenza plastica, non sentimentale
( come sempre ha fatto la critica nel nostro Paese) degli artisti francesi
che sono un ponte tra la vecchia sensibilità italiana e noi futuristi.
Lavorate, amici napoletani pittori e scultori! Lavorate senza pensare
a vendere e a piacere. Convincetevi che le Esposizioni non sono mercati
ma che in esse deve manifestarsi il vostro coraggio innovatore. Gli amici
e i giovani che cominciano devono avere dalle vostre opere l'ammonimento
e l'insegnamento, perchè la coscienza artistica della nostra grande
Italia e della vostra cara Napoli si elevi sempre di più!
Non è vero che si muore di fame!
Il pubblico disprezza sempre l'opera che non si compiace di accarezzarlo
nei suoi gusti tradizionali di grossa bestia che digerisce con secolare
lentezza! Lavorate come vuole la vostra coscienza e poi adoperate qualsiasi
mezzo - anche le revolverate - per scuoterlo dalla sua indifferenza e
costringerlo a guardare e a far vivere i giovani che scoprono le nuove
bellezze disdegnando le camorre cittadine e le avvilenti protezioni ufficiali.
Vi dirò anzi, che dovete lavorare contro il pubblico ed essere
orgogliosi della sua derisione e del suo disprezzo. Fate le vostre esposizioni
senza deputati, senza ministri, senza municipi. Una qualsiasi striscia
di legno colorato serva di cornice alle vostre opere. Una qualsiasi sala
accolga i vostri sforzi, e accontentatevi dell'approvazione di un amico
o di un giovanetto quindicenne. Se sentite la lode di un uomo di cinquant'anni,
di una persona altolocata, facoltosa o affarista, se sentite le lodi di
una bella dama distratta, non abbiate che disprezzo e mettetevi in guardia.
Se la signora è bella, portatevela a letto; se il signore vuole
comperare, vendete, ma disprezzate e non ascoltate quello che vi dicono!
Pensate che oggi, come sempre, per un giovane è un disonore l'avere
sotto la propria opera, in una esposizione, il cartellino di "VENDUTO"!
Peggio ancora se l'acquisto è fatto dal Municipio o dallo Stato.
Io, pittore futurista, vi dico che per me considererei maggiore onore
il dare un vero fremito nuovo ad uno di quei guappi o ad una di quelle
prostitute che ho avuto il piacere di conoscere, una notte, nel caffè
di Don Ciccio, che non il vedere comprato un mio quadro dal Ministro degli
Interni.
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